“O scrivi qualcosa che valga la pena di leggere, o fai qualcosa che valga la pena di scrivere” (Benjamin Franklin)

Ho letto questa frase per caso, cercando altro, e l’ho trovata straordinariamente attuale.
Ogni volta che scrivo qualcosa mi pongo questa domanda: interessa a qualcun@ a parte me?
Poi navigo e trovo un sacco di writer compulsivi/e, che la buttano lì, anche se non interessa a nessuno, anche senza dare un seguito ad una riflessione (anche interessante) che finisce così, come un sasso gettato in uno stagno.
Ho cercato di capire, di informarmi con esperti/e del web.
Mi è stato spiegato che per avere visibilità si devono pubblicare da 2 a 4 post al giorno, tutti i giorni (…)
Mi è stato anche spiegato che dovrebbe esserci un disegno logico dietro, una pianificazione finalizzata al trasferimento di un messaggio o alla promozione di qualcosa o qualcun@ (e qui capisci tutto il valore di chi lo fa di professione).
Ma: a “microfoni spenti”, mi è stato detto che questo elemento non è essenziale. L’importante è la visibilità.
Quest’ultimo punto non mi ha convinta.

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“Se non sai spiegarlo con parole semplici, vuol dire che non lo hai capito abbastanza” (Albert Einstein)
Il problema della narrazione.
Le premesse infinite, l’uso smodato di aggettivi e avverbi, il ricorso a tecnicismi non essenziali, che ritrovo spesso in presentazioni di progetti, comunicati stampa self-made e speaker in convegni o conferenze.
Lo dico senza giudizio perché sto lavorando e studiando per imparare a ripulire la mia comunicazione.
Secondo me, la domanda da porsi è: perché lo sto raccontando?
Voglio ingaggiare chi mi legge/ascolta nel mio progetto? 
Voglio diffondere il più possibile un’idea, un concetto, una visione? 
O voglio mostrare tutta la mia erudizione? 
O voglio mostrare che la narrazione è frutto di duro lavoro di ricerca e studio?
O penso di essere più credibile perché uso “paroloni” e perifrasi complicate? 
Se il progetto è valido, se l’idea, il concetto, la visione sono interessanti (e per qualcuno condivisibili) è evidente che dietro ci sia una persona (più spesso un team) preparata e competente.
E chi non lo sa percepire forse non è l’uditorio “giusto”.
Sono convinta che l’ingaggio sia più sul perché che sul cosa.
È l’emozione che il progetto (o l’idea) suscita, sono i valori su cui si fonda a creare coinvolgimento.
Il resto, credo, è puro esercizio di stile.

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Pancia – Testa: 2 – 1

Le emozioni vincono sulla razionalità. 
Basta verificare l’andamento dei post sui social. Immagini, titoli e contenuti che impattano sull’emotività prevalgono su quelli ad alto contenuto razionale.
Non che i primi siano privi di contenuti o valori (spesso l’esatto contrario) ma i secondi – più immediati – fanno meno presa.
È così in ogni forma o contesto di comunicazione.
Se parliamo alla “pancia” è più facile trasferire il messaggio.
In ambito commerciale si chiama vendita emozionale; altrove si parla di empatia e di intelligenza emotiva.
Il senso è che l’intelligenza razionale, quella misurabile con il QI e replicabile dalle macchine, è influenzata dalla capacità esclusivamente umana di percepire emozioni e stati d’animo aldilà di ciò che viene materialmente detto, e allo stesso modo di trasferirli.
È utile tenerne conto quando comunichiamo con gli altri. 
E non è manipolazione, è efficacia.

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Ma noi ci conosciamo?

Come molti/e i miei contatti sui social sono persone conosciute nel “mondo reale” con cui mantengo i rapporti anche in rete e persone conosciute in rete.
Con alcune sento il bisogno di un contatto diretto per tre motivi:
1) se leggo una bio, ho un chiaro elenco delle attività di una persona ma non so cosa la appassiona veramente. Perciò ne ricevo un’immagine incompleta.
2) noi comunichiamo con il corpo, non solo con le parole ed è anche ciò che non diciamo/scriviamo che rivela la nostra natura
3) non mi sento di dire che conosco una persona finché non l’ho guardata negli occhi almeno una volta.
Le relazioni, per costruirsi e consolidarsi, hanno bisogno di tempo, di confronto (a volte anche scontro) e di presenza, anche se mediata da strumenti tecnologici.
Penso che la vera sfida stia nell’umanizzare le relazioni virtuali.
Quelle per cui vale la pena, è chiaro.
Il resto, parafrasando Flaiano, fa volume.

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Ma che ti dici?

“Che stupid@”
“Non ce la puoi fare”
“Non cambierai mai”
Che effetto ti fa quando te lo dicono altr*?
Te lo dici mai?
Le parole che ti dici ti definiscono più di quelle che ti senti dire.
Influenzano i tuoi stati d’animo e le tue azioni più di qualunque evento esterno.
Quante volte ti dici “Brav@” dopo aver raggiunto un risultato?
Quante volte ti dici “Grazie” dopo aver fatto qualcosa di buono e costruttivo per te o aver realizzato un tuo desiderio?
Quante volte ti chiedi “Come posso fare per…” come se stessi chiedendo alla persona più saggia che conosci?
Comincia a dirti le parole che vorresti sentirti dire.
Se vuoi riconoscimenti dall’esterno comincia con il darteli.
Se vuoi stima costruisci autostima.
L’effetto è contagioso

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