Ok, ma i contenuti?

Ammettiamolo: pubblichiamo per diffondere.
Un messaggio, un progetto, un brand, un’attività.
Se davvero scrivessimo solo per il piacere di farlo, terremmo un diario non un blog o un profilo attivo.
Che male c’è?
E lo sappiamo: suscitare emozioni amplifica la diffusione.
Ma le emozioni, soprattutto se mediate da un testo scritto, sono effimere.
Durano il tempo di un “like”, al massimo di un commento.
Qui entrano in gioco i contenuti.
E il gioco, per me, si fa difficile perché temo sempre di cadere nella retorica o nella ripetizione, nell’autoreferenzialità o nel “nulla vestito di saggezza”
La provocazione per la provocazione, i buoni sentimenti su cui non si può dissentire, il giorno dopo sono dimenticati.
Ma se riesci a lasciare un pezzetto di conoscenza, una informazione utile, un esempio replicabile, uno strumento pratico o di riflessione, secondo me, avrai onorato il tempo: il tuo (per pensare e scrivere) e quello di chi legge.

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C’è presunzione e presunzione.

C’è la superbia, la vanagloria.

E c’è la presunzione fondata su fatti e argomentazioni logiche. 

La prima è un difetto.
La seconda, secondo me, no.
Attiene alla convinzione che si ha di poter raggiungere un certo risultato, anche se è ancora lontano.
Riguarda l’autostima, e anche la capacità di analisi.
La capacità di analizzare i progressi.
Per poterlo fare è indispensabile avere ben chiaro l’obiettivo che si vuole raggiungere, e avere una buona dose di umiltà. 
Sembra un controsenso ma la premessa è riconoscere ciò che ancora si deve imparare, acquisire, sperimentare e correggere per essere all’altezza della propria ambizione.
E poi serve una volontà di ferro e la convinzione (la presunzione) che con la tenacia e la costanza la meta sarà raggiungibile.

Perché: “Se non credi in te stess@, scordati che qualcun@ lo faccia per te” (Kobe Bryant)

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“Grazie” è gratis

Mesi fa ero nell’azienda di un cliente e notai un clima di tensione, mascherata da estrema operosità.
Siccome ero lì per rivedere l’organizzazione del personale (il titolare lamentava scarsa produttività), ho cercato di analizzare le loro interazioni. I dialoghi con il titolare e tra di loro erano rispettosi, spesso informali, ma sentivo disagio.
Quando ho capito e ho chiesto all’imprenditore “Perché non dici mai grazie?”, mi ha risposto “Li pago; mica mi fanno un favore”.
Pensiamo di dover ringraziare solo per educazione o quando riceviamo un regalo.
E invece “grazie” è un modo per valorizzare la persona e ciò che fa per noi, anche se rientra fra i suoi compiti.
Costa un secondo del nostro tempo; ma, se detto con sincerità e magari un sorriso, resta a lungo in chi lo riceve.
Fa bene anche a chi lo dice.
Ogni volta che diciamo grazie, è come se stessimo ricevendo un dono e ci sentiamo meglio.
Se noi stiamo bene e le persone che lavorano per noi si sentono apprezzate, l’efficienza cresce.
A volte, per aumentare la produttività, basta investire sul cuore.
Grazie

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A proposito di gratitudine…

La settimana scorsa ho scritto un post sul valore della gratitudine nelle relazioni professionali.
Da allora mi frulla una domanda che voglio farvi e spero mi risponderete nei commenti (o in privato se preferite).
TI DICI MAI GRAZIE?
Io ho imparato a farlo ascoltando persone che praticano religioni diverse, sicuramente dalla mia e anche tra di loro (dal buddhismo all’oponopono).
Ciò che li accomuna è la convinzione che la “divinità” risiede in te, che ne sei parte e “lei” fa parte di te, in un tutto inscindibile.
Non voglio addentrarmi su queste culture che conosco superficialmente.
Ciò che mi affascina, però, è l’attribuzione di responsabilità.
E quindi anche del merito.
Generalmente siamo bravissim* a lapidarci per un errore commesso o un’occasione perduta.
Ma quante volte ti fermi a dirti grazie per aver fatto qualcosa di buono e costruttivo per te?
Quante volte ti sorridi anche se non sei davanti allo specchio?
Quante volte ti dai una pacca sulla spalla per congratularti di un tuo successo?
Nessuno come te può sapere quanto lavoro, quanti sacrifici, quanta passione ci sono dietro il tuo risultato.
E allora ti meriti un grazie di cuore, soprattutto da te.

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La pazienza attiva

La pazienza è la virtù dei forti, a patto che non sia inerzia fiduciosa.
Ho visto persone e progetti languire in paziente attesa che arrivasse la loro occasione, la proposta desiderata, il finanziamento necessario.
Quanto più i progetti sono ambiziosi, tanto più hanno bisogno di tempo.
Non un tempo di attesa, ma un tempo attivo.
Un tempo in cui si lavora per concretizzare le idee, per sperimentare, per creare sinergie, per scartare e ricostruire.
E serve pazienza.
La pazienza dei piccoli passi, dei progressi percepibili solo se li stai vivendo.
La pazienza nel costruire relazioni; perché le relazioni per rafforzarsi hanno bisogno di tempo e cura.
La pazienza di lasciare andare le persone che non sono più in linea con i nostri ritmi, i nostri tempi e le nostre priorità.
Le persone che si infiammano di entusiasmo il tempo di un fuoco d’artificio e si defilano quando arriva il tempo di lavorare sul serio.
La pazienza con noi stess* quando non siamo all’altezza delle nostre aspettative.
Ma si tratta solo di darci il giusto tempo e agire per diventare ciò che sappiamo di poter essere.