Leadership, passione e imperfezione

Per lavoro e per interesse personale mi trovo spesso a leggere articoli e studi sulla leadership manageriale e imprenditoriale, da cui emerge che un/a leader deve avere tutta una serie di caratteristiche e competenze hard e soft: dall’empatia, all’ascolto, all’intelligenza emotiva, alla capacità di guidare con l’esempio.

Ho lavorato con e per molti/e manager, imprenditori e imprenditrici, alcuni/e con almeno parte delle caratteristiche che oggi sono considerate indispensabili.

Anch’io sono stata una manager e oggi mi rendo conto (allora lo “sentivo”) di avere molte carenze e colgo l’occasione per scusarmi pubblicamente con le persone che lavoravano con me per non essere stata la guida di cui avevano bisogno.

In base alle mie esperienze, e approfondendo gli studi sul tema, mi sembra che vengano trascurati due aspetti:

1) La passione per ciò che si fa.

Guidare altre persone non può essere solo il risultato di un “normale” avanzamento di carriera. E invece molto spesso è così: sei brav@ nel tuo lavoro? Ad un certo punto ti metteranno a guidare qualcun altr@ meno espert@. Sei il/la titolare dell’azienda? Gestisci anche il personale.

Ma: ti piace?

C’è un’enorme differenza tra fare e far fare e una ancora più grande da saper fare e saper insegnare a fare.

Tom Landry[1]  diceva:

La leadership è far fare a qualcuno ciò che non vuole fare per ottenere ciò che vuole ottenere

Ciò richiede determinazione, visione, preparazione. E’ faticoso, può essere frustrante (quando ti trovi di fronte a dei “muri di gomma”) e – diciamolo – sa essere esaltante.

Uno degli aspetti più faticosi (soprattutto per chi ha un passato di successo) è la visibilità

Un leader è migliore quando la gente sa a malapena della sua esistenza; quando la sua opera sarà compiuta, il suo obiettivo raggiunto, la gente dirà: siamo stati noi a farlo” (Lao Tzu[2])

E poi

Un buon leader è colui che si assume un po’ più della sua parte di responsabilità e un po’ meno della sua parte di merito” (John Maxwell[3])

Come puoi sopportare tutto questo se non ami appassionatamente guidare e far crescere le persone che lavorano con te?

2) Il racconto dei fallimenti

Questo è un grosso limite delle culture latine: l’idea che sei hai fallito sei un/a perdente. Non mi soffermerò sul tema perché gli sono già stati dedicati fiumi di parole.

Ciò che qui mi interessa è il rapporto tra leadership e fallimenti.

Chiedo: davvero per essere riconosciut@ come un/a leader devi fingere di aver avuto subito successo in ogni cosa che hai fatto?

Io penso che in questo modo si rischi di diventare un modello praticamente inarrivabile.

E se già so che non posso arrivare ad un certo standard, nemmeno ci provo.

E del resto

Se tutto quello che hai fatto ti è riuscito, vuol dire che non hai provato abbastanza” (Gordon Moore[4])

Non è più ispirazionale raccontare i propri passati fallimenti e, soprattutto, come se ne è usciti/e?

Non è più motivante ammettere che non sapevamo fare qualcosa e abbiamo imparato?

Si dice che questo sia il compito dei/lle mentori

Ma non è proprio questa l’essenza della leadership?

Per te quali sono le caratteristiche fondamentali di un/a buon/a leader?

Mi piacerebbe che lasciassi un commento e, se ti va, che condividessi la tua esperienza sia che tu abbia guidato persone sia che tu abbia avuto capi/e con o senza leadership

[1] pluripremiato allenatore di football americano

[2] Filosofo cinese

[3] Speaker e scrittore. Autore de “Le 21 leggi irrinunciabili della leadership)

[4] Imprenditore. Cofondatore di Intel.

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